(Cæsar's Palace)³

Periodico saltuario illustrato di intrattenimento ispirato a fatti realmente accaduti, al cubo. Ma anche a me.

Eccomi

Utente: MrCaesar
Nato piccolo (e mai diventato altissimo), maturato presto, sto recuperando la mia adolescenza poco alla volta.

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Porte girevoli

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giovedì, 07 giugno 2007
«Ho preso un bel libro, di Kakuzo Okakura...» «E chi è, lo stitico giapponese?»

La citazione riportata qui sopra è uno scambio di battute avvenuto realmente tra me e Pietro in aula. Il titolo del libro in questione è "Lo Zen e la cerimonia del tè". L'ho letto in treno nelle due ore da Paway a Cremoan (sì, esatto, due ore) e mi ha veramente deliziato. Non sospettavo nemmeno lontanamente che persino in un saggio sulla tradizione giapponese si potesse essere tanto poetici. Poi, sollevando gli occhi e osservando le risaie sotto il giallo sole di inizio sera, cullato dalla leggera brezza che passava attraverso il finestrino, ho raggiunto stadi di beatitudine mai concepiti prima. Ed è nato in me l'insano desiderio di avere una stanza del tè tutta mia, per diventare, magari, un giorno, maestro del tè come il leggendario Rikyū.
Sfortunatamente, durante il corso della settimana, l'unico modo e momento che ho avuto per godermi un tè è stato l'altra sera, in collegio, in un convivio assolutamente improvvisato e abbastanza distante dai precetti della milenaria tradizione orientale...

La stanza del tè (sukiya) è preceduta da un sentiero (rōji), che simboleggia l'estraniamento dal mondo circostante e l'inizio della meditazione e contemplazione estatica. Inoltre, nel portico antistante (machiai), gli invitati si mettono d'accordo sull'ordine in cui entrare; il maestro del tè entra quando tutti gli ospiti sono accomodati.
Io e Vittorio eravamo in stanza, beati all'idea dello "stanotte andiamo a letto presto", dopo i bagordi della notte prima (festa del collegio, magari un giorno ve ne parlo...). Quando si è fatta una certa, ha cominciato ad entrare in camera nostra gente a caso e in quantità, con il chiaro intento di stanziarsi in un'invasione pacifica.

Il numero ideale di partecipanti ad una cerimonia del tè è cinque, "Più delle Grazie e meno delle Muse", e tutti rigorosamente scelti e invitati a discrezione del maestro del tè.
Nella mia stanza eravamo io e Vittorio, legittimi proprietari, più Patrick, Sgarbi, Vincenzo, Vella, Andrea, Crouch. Più tardi si sono uniti anche Forrest e Libborio. Inoltre, chiunque sentiva casino entrava a salutare.

Diverse e variegate erano le scuole di preparazione del tè nell'antica Cina. Con l'evoluzione storica si è passati dal tè bollito, con un sacco di ingredienti aggiunti come zenzero, sale e scorze d'arancia, al tè sbattuto (foglioline sminuzzate e agitate con un frullino di bambù), per giungere infine al tè infuso, ancora apprezzato ai giorni nostri.
Sgarbi: «Ci facciamo un tè?»
Csar (così mi chiama): «Volentieri.»
Sgarbi: «Vado a prendere le bustine.»

Appena entrati nella sala, gli ospiti si siedono e rimangono in silenzio e in attesa, senza alcuna fretta, per ascoltare la melodia prodotta dai piccoli pezzettini di ferro posti nel bricco che, sul braciere ardente, sta pazientemente aspettando che l'acqua cominci a bollire.
Csar: «Dove lo facciamo, qui, nella pentola?»
Crouch: «Aspetta, vado a prendere il bollitore. Per un litro d'acqua ci mette al massimo un minuto.»

La sapiente maestria del padrone di casa lo porta a scegliere il servizio da tè più adatto per la circostanza, in armonia con l'arredamento della stanza per evitare ripetizioni del tema dominante, e persino in sintonia con la particolare qualità del tè che ha deciso di servire ai suoi onorevoli ospiti: tazze bianche che enfatizzino le sfumature verdi, o azzurre, per accentuare le note cupe...
Patrick: «Hai delle tazze?»
Csar: «Già ho faticato a trovarne due, una per me e una per Sgarbi...»
Vella: «Allora qualcuno vada in camera mia a prendere una decina di bicchieri di plastica.»

Il maestro del tè deve anche essere maestro della pulizia. Non un granello di polvere, non un oggetto fuori posto, niente che possa far pensare a trascuratezza o abbandono deve trovarsi nella sala del tè.
Csar: «Pronti. Mi fate spazio sul tavolo?»
Sul tavolo stazionano libri, fogli, un coltello sporco, una maglietta, un calzino (!), un hard disk rimovibile, biro, matite e un rotolo di carta igienica usato come portapenne.

Nella stanza del tè tutto è in armonia, sotto l'attenta supervisione del padrone di casa. Gli invitati, ciascuno seduto al pari degli altri (indipendentemente dalla classe sociale), conversano amabilmente di argomenti delicati e volti alla meditazione contemplativa, in un'atmosfera pacata e tranquilla.
Vella (nonno, sdraiato sul mio letto): «Secondo voi, quand'è che si parla di tradimento?»
Sgarbi (matricola, stravaccato sul mio letto): «Beh, ad esempio, per me farsi fare una sega da un'altra non è tradimento.»
Andrea (nonno, seduto su una sedia): «Io ho una teoria per cui non è tradimento se non godono tutti e due.»
Patrick (matricola, seduto sul letto di Vittorio): «E il pompino, scusa, dove lo mettiamo?»
Vella (ormai spaparanzato sul mio letto): «Stabiliamo un limite: dalla 69 in su è tradimento...»

(avanti ad libitum)

Finito di leggere il libro, mi sono messo a piangere.

Gioca con noi...: MrCaesar a 22:22 | link | commenti (5) |Mi piace
cultüra

domenica, 04 marzo 2007
Leggere attentamente può dare assuefazione (no, non ci sono errori di battitura)

A Paway ci sono dei giri assurdi. Robe che non ti aspetteresti nemmeno nei peggiori anfratti dei peggio vicoli delle zone più nascoste del Bronx. Da serio giornalettista quale sono (anche se in realtà la mia seriogiornalettistitudine è solo una copertura per abbandonarmi ai peggio vizi di Pàvia, la città che mi tràvia), mi sono intrufolato in questo ambiente malavitoso e poco raccomandabile, per citarvi qualche episodio che mi vede, mio malgrado, protagonista.

...devo incontrare Luca in un vicolo buio. Ci siamo dati appuntamento perché ha della "roba" che potrebbe interessarmi, dice lui. E io mi fido. La roba che mi aveva dato in precedenza mi aveva soddisfatto molto, con una in particolare ci ho fatto un "trip" davvero degno di nota. Ma al momento non lo vedo. So che c'è, ma non lo vedo.
Sono anche un po' preoccupato, perché temevo che qualcuno mi fermasse mentre arrivavo all'appuntamento, intimandomi di mostrargli il contenuto della mia tasca sinistra. Una quantità modesta, d'accordo, per legge non perseguibile, ma mi sarebbe seccato dare spiegazioni inutili. Nel vicolo, la mia attenzione è catturata da un colpo di tosse.
Luca esce dall'antro di un portone e si mette sotto un lampione, che gli illumina in parte il volto. «Allora, ce li hai?», gli faccio impaziente. «Sì, sì, ho tutto», mi rassicura, ed estrae il malloppo dall'interno del cappotto. Aspetto che me lo porga e poi quasi glielo strappo di mano. «Vacci piano, che c'è della roba veramente forte», ma io non lo ascolto. Sono tutto preso dalle copertine: “Cuore di tenebra” e “La linea d'ombra” di Joseph Conrad, più “La compagnia dei Celestini” di Stefano Benni. Sono pronto per sdebitarmi, a questo punto: tiro fuori dal cappotto i “Consigli ad un giovane scrittore” di Vincenzo Cerami, pronto per consegnarglieli.
«Uh, a proposito della roba dell'altra volta», gli faccio, «quel libretto di Giono, “L'uomo che piantava gli alberi”, mi sono fatto un personal... me lo son letto tutto - una ventina di minuti - sul treno, mentre tornavo a casa. Non ti immagini che viaggio...». «Sì, sì...», fa, sbrigativo, «ma non dovevi portarmi anche dell'altro? Eh, non c'era dell'altro?»; la sua voce è chiaramente contraddistinta dal timbro dell'astinenza. «Sì, lo so, è che per “Vite bruciacchiate” è in ritardo il corriere. Mi dispiace, magari la settimana prossima...». Annuisce, un po' amareggiato.
Saluto e faccio per andarmene, quando mi blocca da lontano: «Senti, ascolta... Vuoi anche un CD dei Lynyrd Skynyrd?». «No, guarda, non voglio rischiare, con quello che ho addosso per adesso me la cavo con "dose per uso personale"»...

...siamo a casa di Andrea. Seduti sul letto, io, lui e Pietro, con un'espressione piuttosto assente. Succede un niente e tutti scoppiamo a ridere, così, come se niente fosse... risate incontenibili, una meravigliosa sensazione di benessere, non si pensa a niente, solo divertiti e felici di esserlo. A un certo punto, Andrea salta su e fa «Oh, ragazzi, passate anche a me». Pietro: «Un attimo, aspetta, fammi fare ancora un... ahahahahaha...», e siccome la risata di Pietro è contagiosa finiamo a ridere tutti a crepapelle. Andrea: «Sì, vabbè, però a me quando arriva?». «Un attimo di pazienza», gli faccio, «dagli tempo...».
Il giro va così: ho cominciato io, ho passato a Pietro che poi darà a Andrea, che poi dovrà dare anche a Lucio, la prima volta che lo vede. Quasi mi pento di aver fatto partire il giro. Ma è un quasi che dura due millesimi di secondo, perché ogniqualvolta qualcuno fa «Senti qui...», è inevitabile che si comincerà a ridere. E poi, diamine, finché si sta bene, felici, contenti, senza danneggiare nessuno, ditemi voi se si fa qualcosa di male!
Senza piume”, “Effetti collaterali” “Rivincite”; quei libri di Woody Allen sono davvero spassosi...

...Pietro è alla stazione, sul binario 1. Un impermeabile addosso e una valigetta in mano. Io arrivo dalla parte opposta, sono sul binario 3. Per non dare nell'occhio indosso un cappello calcato sulla fronte e una barba posticcia. Anch'io porto una valigetta. Mi nota. Si avvia verso il sottopassaggio. Anch'io mi avvio verso il sottopassaggio. L'altoparlante annuncia il treno per Voghera. Lo incrocio sottoterra. Non lo guardo. Lui non mi guarda. Ma quando siamo l'uno di fronte all'altro, io prendo la sua valigetta e lui prende la mia. Salgo in superficie per uscire dalla stazione. Lui sale sul binario per partire per Voghera.
A distanza di sicurezza controllo la merce. Non male. “L'infinito” di Antonino Zichichi. Ridacchio sotto i baffi finti della barba posticcia: chissà la sua faccia quando vedrà che gli ho dato solo “Il mago dei numeri” di Enzensberger...

Questi, comunque, non sono gli unici episodi. Se ne sono verificati anche altri, tanti altri, che mi hanno condotto in un tunnel sempre più profondo, la cui uscita è sempre, sempre più lontana.
Un sacco di gente dice «Sì, ma io posso smettere quando voglio». Cazzate. I libri sono pericolosi. Possono portare ai DVD (e qui mi sento una merda, perché ho già dato a LucioLa guerra lampo dei fratelli Marx”...).

Ohmmerda! Dovevo mettere dei nomi fittizi! Cazzo, li ho cacciati nei guai...

Gioca con noi...: MrCaesar a 22:01 | link | commenti (7) |Mi piace
cultüra



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